RECENSIONE “LA LUNGA NOTTE”

[Di Fabio Parisi]

La sensazione di cupa opprimenza volta a ritrarre i diversi aspetti collegati ad essa, sia tangibili che astratti, credo sia l’input che catalizzi “La lunga notte (then it’s the light)”, primissimo corto firmato da Alexander Delnevo, già vincitore del premio “Award of Merit” per un festival americano e che a breve presenzierà in svariati circuiti festivals (uno dei quali sarà l’imminente Cannes, all’interno della sezione “Best Shorts Competition”).

Le sequenze in b/n, (de)colore in attinenza con la “non luce”, ritraggono un uomo prigioniero all’interno di una cella in “pietra” che monologa tra se e se attendendo “la fine” (o l’inizio) del proprio destino. In un contesto di ambiguità e surrealtà, la prigione si riversa in contrasto con l’aspetto dell’uomo rinchiuso al suo interno e un primo piano indugia sulle mani, pulite e curate, poggiate su di un muro che è, invece, l’opposto. A parte i segni di spossatezza e gli occhi lividi, l’aspetto estetico generale del prigioniero è abbastanza curato rispetto a quello della cella e ciò non è il risultato di un mero errore ma un’ulteriore chiave di lettura fortemente voluta alla quale aggrapparsi.

Il senso di colpa inteso, dal quale il prigionero si sente sopraffare in maniera imperante, assume connotati atavici e totalmente scevri da qualsivoglia conseguenza. Quindi, una (non) colpa insita in ognuno di noi che divora e “intrappola” in una prigione interiore e mentale. La guardia carceraria, spersonalizzata da una maschera bianca a ricoprirne il volto e che rimanda a “THX 1138″ del primo Lucas, ha la funzione di aprire le porte e “liberare”,
rappresentando un qualunque qualcosa o qualcuno che aiuta a far evacuare ciò che si trova imprigionato facendo in modo che raggiunga “la luce”, una luce accecante che non mostra nulla al di là di essa perchè non è importante saperlo, quel che importa è che sia avvenuta la liberazione.

Tutto ciò può intendersi anche come una metafora della creazione simil artistica, una genesi che avviene nella chiusa oscurità e che attraverso uno stimolo riesce ad esporsi e a far sì che il mondo possa entrarvi e viceversa, ed infine aprirsi alla luce.

Le ispirazioni di Delnevo per questo suo lavoro, che risulta abbastanza curato, rimandano allo stile espressionista per un uso di alcuni fuoricampi, e le sovraimmagini invece sono influenzate dall’uso nel cinema delle origini come Sjostrom o Dreyer, ma un esempio moderno ne è “Twin Peaks:Fire walk with me” di Lynch.

Un corto questo, che risulta abbastanza promettente e che fa ben sperare per i futuri lavori di Delnevo, auspicando che questo processo interiore dell’artista abbia prerogative sempre più consistenti e che oltre quel varco luminoso si presentino strade che portino in direzione di luoghi ben più ampi e imponenti, ripagandone la faticosa elaborazione dell’astratto che si svincola dalla mente divenendo concretezza.

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