RECENSIONE “HENRY”

[Di Marco Valtriani]

Una introduzione che propone un città nella sua quotidiana vita e una degenerazione sociale che il mondo degli  stupefacenti  rende offuscata e incerta, così come molte inquadrature sfocate e doppi schermi che nascondono realtà seconde. Una macchina da presa che raramente si ferma, come a raccontare incessantemente una vicenda come tante se ne sentono, ma in questo film portata agli occhi di tutti. Un montaggio che gestisce con maestria le immagini pulite che il direttore della fotografia (Lorenzo Adorisio) imbastisce senza lasciare stucchi allo spettatore. Una recitazione che ben mantiene il filo di una messa in scena che non tradisce la realtà, interpretazioni che prendono spicco mentre i protagonisti si raccontano al di fuori della diegesi.

È questo che trapela da questa bella pellicola, un buon prodotto noir che racconta con un fare  letterario: diversi plot narrativi, fedeli ai punti di vista che li guidano, che culminano in modo assolutamente non scontato, grazie allo sviluppo delle vicende che non lasciano trapelare il futuro. Solo un flashback esplicativo, il resto è tutto contemporaneo, mentre lo spettatore, per nulla annoiato, viene gratificato dai bei colori delle immagini proiettate, e da un coinvolgimento diretto che gli sguardi di chi racconta le vicende rende vivo per la sincerità degli interpreti.

Un cocktail che racconta una Roma desolante, attuale nella violenza e negli omicidi di cui ne leggiamo spesso le cronache nere. Forse è questo il mondo che sta dietro alle tragedie che attraversano la Roma del nuovo decennio? Ci si chiede anche questo, perché questo film racconta bene la realtà , nascosta, dei tossici e della mala romana. Degenerato è anche il mondo delle “guardie”, in questo film dai molti protagonisti, dove anche chi indaga è in primo piano.

Si è rischiato di cadere nell’eccesso dei punti vista e nelle caratterizzazioni dei personaggi , ma il pericolo viene evitato con il finale che sancisce vincitori e vinti, e chiude con un campo lungo come a dire che siamo tutti un po’ lontani da questo desolato, dispersivo, violento  mondo. È il vedere e il non vedere che sottende questo film, voler osservare criticamente la realtà o far finta di niente?  Come ci rivela l’occhio ravvicinato che ci guarda dall’occhiello della porta, un omaggio che il regista  Alessandro Piva, confeziona tra le righe …d’altronde, in fondo, facciamo tutti un po’ finta di non sapere ciò che vediamo tutti i giorni, non è forse vero? 

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