INTERVISTA A GABRIELE ALBANESI

Ultima intervista al quale si è dedicato Stefano Cavalli, che ringraziamo nuovamente, intervistando per voi il regista Gabriele Albanesi. Buona lettura!

[S.C.] – Ciao Gabriele. Dando un’occhiata ai tuoi primi “cortometraggi” (“L’armadio”, “Mummie”) la prima cosa che salta all’occhio è l’utilizzo dei luoghi che diventano, in qualche modo, personaggi vivi, in grado di interagire e influenzare tutti coloro che si muovono al loro interno. Uno stile che ricorda molto il cinema del primo Argento, anche se poi, andando avanti, ci ho visto  Fulci e Mario Bava. Vuoi parlarci della tua formazione “cinematografica”?

[G.A.] – Sì, la tua osservazione è senz’altro giusta, in particolar modo per “L’armadio” dove mi ero ispirato soprattutto al cinema di Mario Bava, non solo per l’uso dello zoom ma anche per il concetto, molto caro a Bava, di far prendere vita agli oggetti e alle cose inanimate. Anche Argento è ovviamente importantissimo, il suo cinema mi ha suggestionato sin da bambino. La mia formazione è quella di un cinefilo onnivoro, a 360 gradi, con una forte predilezione per l’horror e il cinema di genere.

[S.C.] – “Il Bosco fuori” (2006) è ormai un vero e proprio cult di cui si è già parlato moltissimo. In che modo è cambiata, se è cambiata, la tua vita (cinematografica e non) dopo il grande successo internazionale ottenuto?

[G.A.] – “Il Bosco Fuori” ha avuto un suo successo ma sempre di nicchia, non ha sfondato nel mainstream, anche se in America è stato distribuito da una major come la Lionsgate. Quindi non è il film che ha cambiato la mia vita, diciamo però che il suo buon esito mi ha dato la possibilità di realizzare i progetti successivi e di affermarmi come regista.

[S.C.] – Passiamo al tuo secondo film che giunge a qualche anno di distanza, “Ubaldo Terzani Horror Show”, un film “ibrido”, sicuramente più “originale” de “Il Bosco fuori” e proprio per questo più “difficile”. Ti va di suggerirci una chiave di lettura?

[G.A.] – Sì, “Ubaldo Terzani” è una sorta di ibrido tra un thriller psicologico da camera, uno splatter e una commedia satirica. In più c’è anche l’aspetto metatestuale. Diciamo che è un film semplice e lineare nella sua trama esteriore, più complesso di quello che si crede se si guarda invece ai sottotesti. Sono possibili infatti diverse chiavi di lettura, dal punto di vista di Terzani come padre cattivo o “metà oscura” che va affrontata ed uccisa per riuscire ad affermare se stessi, o dal punto di vista del sogno, o della droga allucinogena che i personaggi assumono, o del film nel film, ovvero il film che regista e scrittore stanno scrivendo… ciascuna di queste chiavi di lettura mette in dubbio il grado di realtà di ciò che stiamo vedendo. Ad esempio guardando bene la scena finale, quando Alessio è sul set a dirigere finalmente il suo film, si può vedere che accanto a lui c’è seduta Sara, la sua ragazza, che quindi forse non è mai stata uccisa. Ma è veramente lei? Non si può dire con certezza, è un dettaglio che può essere notato oppure no, rimane infatti sullo sfondo e in campo lungo, proprio perché tutte le interpretazioni sono possibili.

[S.C.] – Arriviamo a “Kid in the Box” (uscita prevista per il 2012). Il teaser trailer non lascia spazio a dubbi: un ritorno senza mezzi termini al genere “puro e duro”, nonché a “Il Bosco fuori”, di cui questo film è un vero e proprio seguito. Per caso centra niente con il soggetto, di cui parli in un’intervista di qualche mese fa, che dicevi essere impegnato a scrivere con Federico Zampaglione (il quale ti aveva suggerito un “ritorno” alle origini) ?

[G.A.] – No, quel soggetto che stavo scrivendo con Federico era uno slasher rurale che poi abbiamo abbandonato, anche se io e Federico continuiamo a sentirci spesso anche riguardo lo stesso “Kid in the Box”. E sì, si tratta  del sequel del “Bosco Fuori” ma al tempo stesso è un film che se ne discosta totalmente. Le atmosfere e il tipo di storia sono infatti differenti. L’unico filo di continuità sono i due personaggi principali che sono gli stessi del primo film, ovvero i due bambini superstiti, uno cannibale e l’altro tronco umano, ma in questo nuovo film attraversano un altro genere che non è più l’horror survival alla “Non aprite quella porta”, bensì uno struggente road-movie, splatter e poetico. E’ quindi un film che in un certo senso forza i canoni dell’horror classico, mentre “Il Bosco Fuori” li rispettava pienamente. Insomma “Kid in the Box” è un ritorno alle origini ma al tempo stesso è anche un proseguimento di quello che è il mio discorso sull’horror.

[S.C.] – Ringraziandoti per la tua disponibilità ti facciamo, a nome di “Non Solo Gor3″, un “in bocca al lupo” per il futuro.

[G.A.] – Crepi il lupo e un caro saluto a tutti i lettori di Non Solo Gor3! A presto!

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