RECENSIONE “LA COSA IN CIMA ALLE SCALE”

[Di Marinella Landi]

La cosa in cima alle scale del regista Michele Torbidoni, è un film, un corto per la precisione, che fin da subito dimostra la sua qualità, non solo dal punto di vista di un’immagine pulita e una fotografia accattivante, ma anche l’aspetto recitativo risulta nell’immediato molto fluido e professionale.

La storia di questo film si basa sul racconto omonimo dello scrittore Ray Bradbury, dal quale il regista ha preso ispirazione. E’ una storia che fin dal titolo ci riporta ai classici degli anni 80, anni d’oro per il cinema di genere, che si snoda tra percorsi evocativi, non sempre espliciti, di alcuni dei cult più conosciuti e amati. Lo stesso regista parla ricordando film come “I Goonies”o “ET”, ai quali si è ispirato per alcuni dettagli, oppure facendo riferimento a registi come Zemeckis, Joe Dante e il Tobe Hooper di “Poltergeist”. Una miscela storica di un cinema immortale al quale si è ispirato senza eccedere o risultare fuori luogo, con un risultato finale veramente degno.

Il protagonista di questa storia è Pietro, interpretato molto bene, anche nella mimica, da Gianluca D’Ercole, che riesce appieno a trasmettere il suo senso di angoscia per un ricordo legato all’infanzia che, per una serie di eventi, verrà riportato a galla in un passato non del tutto dimenticato o chiuso. Troverà una risposta e la troverà nella casa dov’è cresciuto.

Una storia che definire originale non sarebbe propriamente corretto, in fondo, quello che avviene in se, non lo è, così come non lo è il mistero che in cima alle scale si celi veramente qualcuno, o qualcosa, eppure è ben raccontato, ben inscenato e la curiosità di svelare un mistero in parte svelato, c’è e ti accompagna per tutta la sua durata, tra flashback dell’infanzia, montati ad hoc in un montaggio accattivante, con un Pietro bambino e, in parallelo, l’evento vissuto nel presente con il Pietro grande, quello cresciuto, che si affaccia su un mondo fatto, non solo di ricordi legati alla sua vita passata in quella casa, ma anche a presenze impalpabili in un luogo ormai vuoto e sinistro, che ben rispecchia la sensazione del tempo trascorso e ancor di più un’inquietudine “ignota” che lo porterà a fare i conti con una consapevolezza infantile.

L’epilogo, che in un qualche modo ci si aspetta, non si sa però sotto quale forma o come, è ottimamente realizzato con degli effetti visivi di notevole impatto, sia per gli occhi, che per l’attimo raccontato.

In finale, questo cortometraggio è da guardare, in quanto in poco più di 20 minuti racchiude professionalità, tecnica e un suo stile che lo rendono un prodotto più che apprezzabile e decisamente godibile.

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