INTERVISTA A IVAN ZUCCON

[Di Marinella Landi & Joel Pagini]

[M.L.]- Ciao Ivan e benvenuto! Partirei subito da  “Wrath of the crows”, una storia ambientata in una squallida prigione, cosa ci puoi dire, anticipare di questo tuo ultimo film?

[I.Z.] – Il film è ambientato in una sudicia e angusta prigione dove un manipolo di detenuti devono sottostare alle ingiustizie perpetrate dal capo delle guardie e dai suoi aguzzini. Al di sopra di tutti e tutto, però, c’è il Giudice, che nessuno ha mai visto, ma che impone le leggi da rispettare e che è temuto sia dai detenuti che dalle guardie. Come apparsa dal nulla un nuovo prigioniero si aggiunge alla compagnia: Principessa. È una bellissima donna vestita soltanto con una pelliccia di piume di corvo, luccicante, profumata, calda. Il nuovo arrivo suscita la curiosità degli altri prigionieri, ma anche invidia, sospetti e profondi turbamenti sessuali. Principessa impiega poco a rivelare la propria natura oscura e soprannaturale, muove gli oggetti col pensiero, ed è dotata di una forza sovrumana. La fuga è un sogno per i prigionieri che non sanno cosa ci sia al di là delle mura, e nemmeno gli interessa: l’importante è fuggire da quel luogo maledetto. Due prigionieri riescono a fuggire e a trovare una via d’uscita ma la fuga è tutt’altro che semplice. Ben presto scoprono che l’intera prigione, all’interno così come al suo esterno, non è altro che un allucinante gioco di specchi, dove la realtà si confonde con l’illusione e dove gli incubi si tramutano in realtà, precipitando i nostri fuggitivi in un vortice di terrore e follia senza fine.

[M.L.] – Come è arrivata la scelta di lavorare nuovamente a fianco delle brave Tiffany Shepis ( Nympha ) e Debbie Rochon ( Colour from the dark )?

[I.Z.] – Spesso mi chiedono “Che differenza c’è fra il dirigere attrici americane come Debbie Rochon e Tiffany Shepis e quelle nostrane?” La mia risposta è: sinceramente nessuna. Se un attore professionista prende seriamente il suo lavoro si fa trovare sul set sempre molto preparato. Il talento non ha nazionalità, o ce l’hai o non ce l’hai, non importa se sei americano e italiano. Detto ciò devo ammettere che trovo molto stimolante lavorare con attori internazionali come appunto Debbie e Tiffany, anche perchè sono delle attrici straordinarie!

[M.L.] – Questo film sembra essere diverso dai tuoi precedenti lavori, è solo un’impressione oppure qualcosa che lo differenzia c’è?

[I.Z.] – E’ una impressione giusta. Anche se la mia cifra stilistica non ha molto a che fare con la quantità di splatter presente nei miei films poichè solitamente non amo molto gli effetti speciali e se li utilizzo cerco sempre di metterli al servizio della storia, devo dire che questo “Wrath of the Crows” è un film piuttosto duro e con la presenza di parecchi effetti di make-up e scene gore. Non per questo è un film splatter. Non c’è nel film l’intenzione di mostrare la violenza fine a se stessa. Il film però narra le vicende di un gruppo di violenti criminali e ne consegue che mostrando le loro scorribande il film mostra appunto un alto tasso di violenza e scene sanguinolente. Non solo, nel braccio della morte poi sono i prigionieri stessi ad essere vittime delle angherie e delle torture dei loro carcerieri (per volontà del Giudice) e di conseguenza la violenza viene in qualche modo ulteriormente amplificata. Dal punto di vista squisitamente concettuale questo film è legato ai miei precedenti come NyMpha e Bad Brains, però dal punto di vista estetico è una cosa nuova, almeno per me. Ho preferito ad una regia classica una più selvaggia, nervosa e a tratti schizofrenica.

[M.L.] – La scelta del titolo immagino sia legata all’inquietante e misteriosa figura femminile che farà il suo ingresso, ad un certo punto, nella prigione, a cosa ti sei ispirato per questa storia?

[I.Z.] – Sulla scelta del titolo e sul suo senso io e lo sceneggiatore Gerardo Di Filippo abbiamo discusso molto. I corvi sono rappresentati dai prigionieri, le nere piume sono appunto le anime oscure dei condannati; anime piene di odio, rabbia e rancore.

[M.L.] – Quando e in che modo potremmo ammirarlo?

[I.Z.] – La Prima mondiale è prevista intorno a metà 2012 a Los Angeles. Seguiranno anteprime a New York e Londra, poi una Prima italiana ancora tutta da definire. Seguiranno le partecipazioni ai Festivals e poi la distribuzione vera e propria.

[M.L.] – Alcuni dei tuoi film ti vedono profondamente legato a H.P. Lovecraft. Perché proprio lui?

[I.Z.] – Lovecraft ha influito molto con il tempo, soprattutto più mi avvicinano alla conoscenza del personaggio, maggiore è stato il suo apporto indiretto. Più che altro è lo scrittore Lovecraft che mi affascina, perché sento delle affinità con lui; spesso nelle sue lettere esprime il suo disagio verso questo mondo, sentendosi un diverso e identificandosi con le sue creature, come lui tendo spesso ad escludermi. Ho iniziato a leggere i suoi racconti in gioventù e all’inizio non mi sembravano molto appetibili, perché la scrittura è contorta, infusa di una atmosfera particolare e lo lasciato perdere per appassionarmi a Edgar Allan Poe. Lovecraft è arrivato dopo in età adulta, quando stavo per scrivere la sceneggiatura del mio primo cortometraggio, L’Altrove, che rappresentava un progetto più evoluto rispetto ai miei corti giovanili. Il problema principale era la stesura della sceneggiatura: una storia di guerra con qualche spunto soprannaturale, leggendo qualche pagina dei racconti di Lovecraft senza un motivo apparente, decisi di inserire un solo elemento del Necronomicon e poi successivamente utilizzai vari frammenti da altri racconti dell’autore. Da lì in poi mi sono letto tutte le opere di Lovecraft e anche le lettere, proprio per soddisfare la voglia di conoscere completamente questo scrittore, arrivando a fare il mio vero primo lungometraggio, la Casa Sfuggita, basato interamente su tre racconti di Lovecraft che confluiscono in unica storia.

[M.L.] – Ti ricordi cosa hai pensato quando hai deciso di girare il tuo primo vero film e quali sensazioni hai provato?

[I.Z.] – A dire il vero ogni volta che sto per iniziare le riprese di un film provo sempre le stesse emozioni, gioia e paura allo stesso tempo. Gioia perchè fare un film è una esperienza comunitaria bellissima, molto spesso si instaurano rapporti molto stretti con i propri collaboratori e se si entra in sintonia si ottengono grandi risultati. Paura perchè c’è sempre il timore che qualcosa possa andare storto.

[M.L.] – Ti aspettavi una maggior considerazione nell’ambito cinematografico Italiano o già sapevi e/o immaginavi che sarebbe stato non poco difficoltoso?

[I.Z.] – All’inizio, nel lontano 2000, si, mi aspettavo di più. Poi quando ho capito che l’Italia era una partita persa ho concentrato le mie forze nel mercato estero e le soddisfazioni sono arrivate. Resta comunque una dura battaglia anche nel mercato straniero, in particolare adesso dove tutto sta cambiando, dove l’home video è sparito, dove il cinema in sala è una élite e dove lo streaming selvaggio la fa da padrone.

[M.L.] – Quanto è cambiato l’approccio verso le tue regie nel corso degli anni e come ti approcci a loro?

[I.Z.] – A parte il fatto di acquisire più sicurezza di volta in volta, questo è normale e fisiologico aumentando l’esperienza sul campo, il mio approccio è dettato dal tipo di progetto. In ogni caso io ho tutto il film in testa e non mi avvalgo di storyboard, schemini o roba simile. Vado sul set e giorno per giorno decido sul momento come girare la scena stabilita dal calendario delle riprese. Non ho bisogno di altro che degli attori, della cinepresa e della scenografia. Il resto è già tutto programmato nella mia mente. Improvviso molto e faccio molte prove sul campo, con attori e crew, direttamente sul set. E’ un approccio molto europeo e poco americano. Negli USA fanno molta previsualizzazione ma a me non piace, non ho bisogno di previsualizzare nulla, so già quello che devo fare, il film quando arrivo sul set è già pronto, si tratta “solo” di girarlo!

[M.L.] – Cosa per te è stato fondamentale per i tuoi film e la loro riuscita?

[I.Z.] – Ho incontrato persone straordinarie facendo questo mestiere, persone che sono state determinanti per la buona riuscita del film. Parlo di attori, di tecnici, di artisti, di amici e sostenitori. Un film è un’opera collettiva e questo non va mai dimenticato. Determinanti lo sono stati tutti, anche quelli che hanno mollato, quelli che mi hanno abbandonato, quelli con cui ho tagliato i ponti. Le defezioni mi hanno sempre rafforzato, le difficoltà mi spingono a trovare altre vie, strade nuove da percorrere. Non so se queste strade porteranno ad un porto sicuro, ma come si dice l’importante è il viaggio, non la destinazione. Ed è questo che considero alla fine la mia avventura cinematografica, un viaggio.

[M.L.] – Sei sempre stato soddisfatto del lavoro svolto?

[I.Z.] – Sono molto fiero di tutti i miei films a partire dal 2003, ovvero da “The Shunned House” in poi. Il mio favorito è sempre l’ultimo, è ovvio, quindi è “Wrath of the Crows”, questo perchè è quello che è più fresco nella memoria, è quello più ricco di avvenimenti recenti. Fare un film è una cavalcata selvaggia totalizzante, le persone coinvolte ti restano addosso, si crea una intesa così forte che quando le riprese finiscono tornare alla vita normale è molto difficile e richiede del tempo. Un po’ come il jet lag, dope le riprese ci si sente così, frastornati, svuotati.
Il mio film che amo di meno è “Unknown Beyond” del 2001. Si dice che sbagliando si impara, ed è così. E’ un film molto importante per me proprio per questo. Ho dovuto fare questo film per commettere gli errori che poi in futuro non avrei mai più commesso. Visivamente è potente, a tratti visionario e con intuizioni interessanti, ma resta faragginoso nella trama e spesso inciampa girando a vuoto su se stesso. La colpa è solo mia, ma dovevo fare tutti questi errori per capire dove doveva indirizzarsi il mio cinema, e così è stato. I film successivi sono molto coerenti e sono film di cui sono orgoglioso.

[M.L.] – I tuoi lavori qui sono pressoché impossibili da trovare, la maggior parte, scelta ad un certo punto voluta e anche obbligata, hai mai pensato di riprovarci?

[I.Z.] – Io faccio film, sta ai distributori italiani decidere se distribuirli in patria oppure no. Certo visto che giro ormai quasi esclusivamente in inglese la strada è più difficile perchè sembra che nessuno si voglia accollare il costo del doppiaggio. Inoltre nessuno vuole immettere sul mercato film con i sottotitoli. Trovo triste che un film come Colour From the Dark non riesca a trovare una distribuzione dignitosa qui da noi, ma ce ne sono tante di cose tristi che si possono dire dell’Italia, e questa non è nemmeno una delle peggiori.

[M.L.] – Può sembrare banale, ma sono domande che spesso le persone si pongono, cosa c’è che non funziona qui da noi, non credo sia puramente un discorso di budget o quant’altro, cosa ci manca veramente, se di mancanza si può parlare?

[I.Z.] – Basterebbe porre fine alla mentalità di tipo nepotistico che si cela dietro ogni business e questo paese diverrebbe finalmente normale. Inoltre manca la meritocrazia, che è una diretta conseguenza del nepotismo.

[M.L.] – Onestamente, come vedi le sorti del nostro cinema, pensi che qualcosa si smuoverà mai in maniera concreta?

[I.Z.]  Parlando squisitamente di cinema horror nostrano non possiamo non notare che si tratta quasi sempre di film “indie” e quindi realizzati con bassi budget ed è quindi lecito aspettarsi un cinema imperfetto. Vedo in questo cinema molte idee, molta passione, molta voglia di raccontare, di osare. Mi piace tutto questo. Mi viene da ridere quando sento dire che ancora aspettiamo la rinascita del cinema horror italiano, siamo seri, a parte rare eccezioni il nostro cinema horror è sempre stato un cinema di nicchia e credo che sempre lo sarà. Siamo troppo lontani dalle logiche “mainstream” degli americani, siamo troppo personali e difficilmente omologabili, e questo comunque è un grande pregio. La verità forse è che siamo già rinati e nessuno se n’è accorto. La tragedia è che presto moriremo di nuovo e nessuno ancora una volta se ne accorgerà. Come in politica, anche nel cinema occorre spazzare via i privilegi della casta, uscire dalla mentalità di tipo mafioso e dare spazio alle nuove leve e a tutti i generi. Chi l’ha detto che un buon film horror non può essere di interesse culturale e nazionale?
Qualcosa si muove, ed è appunto questa new wave indie tutta italiana, ma è chiaro che da sola non può farcela a scardinare le poltrone dei baroni del cinema italiano.

[M.L.] – Prima di salutarti ti ringrazio davvero molto per la disponibilità che hai sempre dimostrato e non solo in questo contesto.

[I.Z.] – Sono io che ringrazio voi di Non Solo G0r3 per lo spazio che mi dedicate!

[JOEL] – Come abbiamo visto la tua principale ispirazione per molti film sono le opere di Lovecraft, sebbene tu non sia il primo a trasporre le sue opere è comunque vero che, rispetto ad altri autori horror, HPL non è stato trasposto tanto quanto Poe o King, ad esempio. Pensi che questo sia dovuto al particolare stile dei suoi scritti oppure al fatto che le sue opere non siano state così famose, a livello di pubblico, come quelle dei due sopracitati?

[I.Z.] – Lovecraft negli Stati Uniti è noto allo stesso livello di Poe, e nutre una schiera di fans sfegatati che sono anche degli esperti conoscitori dell’opera di questo scrittore. In realtà di adattamenti a Lovecraft ce ne sono parecchi, ma molti sono film low budget e quindi non tutti raggiungono i canali mainstream e faticano ad avere la meritata visibilità. Spesso sono film molto fedeli o se non altro molto rispettosi nei confronti del racconto originale dal quale sono tratti. Penso che la difficoltà nel trasporre Lovecraft stia nella sua estrema visionarietà. Spesso è considerato “unfilamble”, impossibile da filmare, ed in parte è vero. Ma il rispetto verso un’opera non sta nel seguire il racconto alla lettera, sta nel rispettarne i concetti, nel riprenderne le giuste atmosfere. Il paragone con King lo trovo meno calzante, lui è autore di best sellers, siamo su di un altro piano.

[JOEL] – Spesso le opere che portano sul grande schermo libri o racconti vengono per forza di cose messe a paragone con la versione cartacea e non di rado i fan puristi criticano non tanto la qualità del film in se quanto il fatto che prenda delle deviazioni rispetto al libro o al racconto originale. Ti sei mai trovato a subire simili critiche e cosa ne pensi di questo tipo di atteggiamento, che definirei conservatore, da parte del pubblico nei confronti delle trasposizioni da carta a film (ma la stessa cosa spesso accade con i remake)?

[I.Z.] – Subire critiche è naturale da parte di un regista. La critica non mi spaventa, può infastidire ma è normale che ci sia. La critica dei puristi, degli integralisti lovecraftiani, è stata molto clemente con le mie opere, tranne rare eccezioni. Ricordo che alcuni si sono lamentati perchè in Colour From the Dark ho rimosso l’arrivo del meteorite. Penso sia una sciocchezza giudicare una trasposizione cinematografica basandosi solo su questi elementi. Non condivido questa critica anche se la rispetto, ma penso che l’adattamento vada giudicato nel suo insieme. Se c’è una cosa mi rende orgoglioso è il commento del film da parte di S.T. Joshi, il più grande esperto di Lovecraft vivente. Ha definito Colour From the Dark “very impressive”, ovvero una trasposizione corretta, giusta, secondo il suo rispettabilissimo canone. In quell’occasione, era il 2010, il film vinse il premio come Miglior Film all’H.P.Lovecraft Film festival.

Un saluto e un ringraziamento a Ivan da parte di tutti noi!

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