RECENSIONE “STEFANIA”

[Di Joel Pagini]

Stefania è sola in casa, sta messaggiando con un ragazzo che frequenta da poco quando iniziano ad arrivare strani sms che sembrano venire da qualcuno che la stà osservando in quel momento, siamo sicuri che Stefania sia davvero sola in casa?

Una sinossi molto semplice, di pochi elementi, per un lavoro che di pochi elementi è composto ma che non è certo semplice, visto che tratta la paura di ciò che non si vede ma che si percepisce soltanto, l’ansia insomma, che di certo è una delle emozioni più difficili da suscitare nel cinema e che, oggigiorno, viene spesso dimenticata in favore delle emozioni forti e facili da scatenare con un eccesso nel mostrare.
Il film pesca invece a piene mani da una trama che rimanda in parte a Scream ma che sullo schermo si era già vista quasi 50 anni fa ne “I tre volti della paura” di Bava.

Marzotto e Milasi si buttano in un impresa ardua con risultati più che soddisfacenti, la tecnica registica mostra una mano ferma e decisa, sebbene piuttosto standard e senza picchi di eccellenza ne guizzi artistici, inoltre tutto il corto (sebbene sia poco più di 12 minuti) viene sorretto in modo egregio da Valentina Aicardi, unica attrice davanti alla macchina da presa, che non perde mai un colpo e trasmette al meglio le emozioni comportandosi in modo molto naturale, come ci si aspetterebbe da una ragazze reale che si trova nella medesima situazione.
D’effetto anche le musiche che fanno da sottofondo perfetto alla storia, rimanendo però sempre sullo sfondo senza mai essere prepotenti.

All’inizio del cortometraggio la tensione e la paura vengono subito pompate ai massimi livelli proprio dai messaggi inquietanti e durante la durata dell’opera si hanno alti e bassi, funzionali alla trama, che però lasciano sempre alta l’ansia che si respira, mantenendo il climax. Il problema del corto, ma forse sarebbe meglio dire il “neo”, si deve proprio allo stesso motivo che sta alla base dei meriti, ossia la scelta di addentrarsi nei meandri della paura di ciò che non si vede: se si riesce il risultato sarà ottimo ma è facile sbagliare.
L’inciampo arriva nel finale, dove il cortometraggio non riesce a finalizzare il crescendo che si era creato, mentre era proprio nell’ultima sequenza che la paura doveva esplodere, facendo fare il classico balzo sulla sedia, invece ci viene dato un epilogo prevedibile e che stempera la tensione creata proprio mostrando troppo e facendoci intuire troppo presto cosa vedremo.

Peccato, perchè altrimenti il lavoro fatto sarebbe stato perfetto, ma anche così ci viene data mostra di un ottimo uso della camera, un’ottima recitazione e un’ottima gestione della tensione, cosa molo difficile da fare. Una vera dimostrazione di talento!

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