INTERVISTA A EDO TAGLIAVINI

 [Di Marinella Landi]

Per Non soloG0r3, fresco fresco da P.O.E – Poetry of Eerie, Edo Tagliavini, regista poliedrico e ironico che mette molto nelle sue regie rendendole senza dubbio un prodotto di qualità piacevoli alla vista e non solo…

[M.L.] – Ciao Edo, è un piacere averti disponibile qui e per noi! Sei reduce da P.O.E, progetto importante condotto da Domiziano Cristopharo che ti ha visto dare vita ad una delle 12 storie basate sui racconti di E.A. Poe: “La verità sul caso Valdemar”. Com’è stato far parte di questo progetto?

[E.T.] – Ciao, grazie a te per lo spazio che mi offri!
Allora, diciamo intanto che la collaborazione con il progetto è stata del tutto casuale, e grazie a Facebook: l’anno passato è stato prolifero di produzioni horror, e nel corso di quest’anno bene o male ci siamo conosciuti tutti, noi registi… così, quando ho visto l’annuncio di Domiziano relativo all’imminente uscita di P.O.E. con ben evidenziato “E chi non c’è non dica che non sapeva…”, io non sapendo ancora nulla del progetto gli ho scritto, facendo presente che se io non c’ero, era proprio perché non sapevo… scusa il gioco di parole, arrivo al dunque: Domiziano mi scrive e mi presenta grosse linee il progetto, autoprodotto, da girare in inglese e con tanto sangue dentro. La cosa mi interessa, volendo continuare a star dentro al gruppo della “nuova generazione horror” (anche se poi siamo tutti di età differenti, ma si sa… in Italia si è “giovani registi” fino ai 50 anni…), ma avendo momentaneamente lasciato Roma in attesa di tempi con vacche più grasse, sarebbe stato difficile per me autoprodurmi senza avvalermi delle preziose e fantastiche collaborazioni con cui in questi anni ho fatto le mie cose… ma così, inconsciamente ho dato il mio okkay, lo avrei fatto, non sapendo ancora come, ma lo avrei fatto.
Ripeto, il tutto è nato da una voglia di far parte di un progetto intelligente, in grado di riunire stili differenti, e poter regalare agli appassionati una bella panoramica in un colpo solo della nostra produzione underground di genere: quindi una occasione sulla carta da non perdere…

[M.L.] – Perché la scelta è ricaduta su Valdemar?

[E.T.] – L’introduzione sopra non è frutto di una mia brontosaurica voglia di parlare, ma indirizzata anche a rispondere a questa domanda: dovendo autoprodurmi, cercavo fra i racconti del buon Poe, una storia semplice, non complessa in partenza, che potesse permettermi di divagare ironicamente nel mio stile… mi piace l’ironia, ovviamente sempre cercata e voluta…
Ecco quindi che mi ero inizialmente soffermato su “Perdita di Fiato”, sebbene Domiziano, scherzosamente, aveva detto che a me sarebbe toccato Valdemar… eh, guardando il numero di pagine (lo ammetto, è stato il mio primo criterio di selezione per il racconto cercato…) ho visto che Valdemar ci poteva stare, inoltre il numero dei personaggi era anche minore… vedete, molte volte le scelte fatte sono dettate dai compromessi economici: è una cosa importante saper trovare un compromesso fra il volere e il potere.
Comunque, accettando Valdemar, a poco a poco mi è venuta in mente l’idea del mesmerizzatore che muore e lascia Valdemar sospeso in quello stadio di non vita e non morte, e via via l’idea di infilare dentro al racconto altri rimandi ai racconti di Poe: il Pozzo e il Pendolo, Sepoltura prematura, Metzengerstein… sono infatti i racconti dai quali ho ripreso, in maniera rivisitata e comica, le morti degli altri mesmerizzatori chiamati per aiutare Valdemar.
Insomma, alla fine son stato molto contento di Valdemar come racconto, perché mi ha permesso di rileggere in chiave grottesca un racconto molto cupo

[M.L.] – Cos’è stato e cos’è per te P.O.E.?

[E.T.] – Posso dirti una scommessa e un investimento.
Come ti ho detto prima ho trovato molto intelligente l’idea di provare a coinvolgere tanti registi in un film collettivo, una cosa che, sebbene in forma diversa, avevo proposto ai ragazzi di Morituris, La progenie del Diavolo e Eaters per uscire in Italia in un cofanetto horror con anche Bloodline, in modo da unire le forze in nome di un progetto comune. Domiziano è stato più bravo e rapido, lanciando l’idea che per fortuna è stata accolta da tanti registi; questo a dimostrazione che l’unione fa la forza, a provare a scardinare anche un sistema di invidie e pettegolezzi (che comunque sempre ci saranno), almeno per una volta, e lanciare una specie di “manifesto” horror moderno, con i suoi pro e i suoi contro.

[M.L.] – Avete veramente girato in 3 giorni come da “scommessa” ogni storia?

[E.T.] – Gli altri registi non so, io personalmente ho condensato in un giorno le riprese di Valdemar casa/pub, e in un‘altra giornata per girare dei contributi video (la Maga Fedarda e il Mago Anton), per le morti dei mesmerizzatori,  e registrare la voce off di Valdemar  italiana (quella in inglese l’ho affidata a distanza al fantastico Marco Benevento, già protagonista di Bloodline e la Babysitter, nonché montatore del suono e doppiatore di molti miei cortometraggi): ovviamente il numero ridotto di giorni per girare è dato dal fatto che cercavo una cosa semplice e non complicata, altrimenti troppo difficile da portare a termine. Il tempo lungo l’ho impiegato al montaggio, essendo “materialmente”  alla seconda esperienza con Final Cut tutto da solo (due settimane), preparando anche un montaggio sonoro base in vista di un mix a pro tools (un’altra giornata)

[M.L.] – Qualche aneddoto durante le riprese?

[E.T.] – Uno fantastico: ai ragazzi che mi hanno seguito ho chiesto una disponibilità gratuita, coprendo le spese per mangiare, con unica eccezione fatta per il bravissimo Tiziano Martella, trucco e make up, che ho fatto venire a Ravenna da Roma, coprendogli le spese di viaggio e di consumo dei materiali… beh, si parla di una cifra irrisoria (circa 200euro di spese), ma in questo periodo sempre pesante da affrontare. Durante la pausa pranzo, volevo girare una scena con Valdemar che cerca di rifarsi anche da morto una vita normale, così al bar dove eravamo finiti per mangiare due pizzette, ho dato a Valdemar, ovvero il bravissimo Gerardo Lamattina, un euro per filmarlo mentre gioca a una slot machine… beh, facile da intuirsi: schiacciando tasti a caso Gerardo è riuscito a vincere 90 euro, subito investiti la sera per invitare la troup a mangiare giapponese, uno di quei ristoranti con buffet libero a menu fisso… quando vado a mangiare in questi posti vanno sempre in perdita!

[M.L.] – Sei soddisfatto del prodotto finale?

[E.T.] – Moltissimo, dopo Bloodline, che è un film che più che figlio mio, ho adottato volentieri, in Valdemar ritrovo tutto il mio humor grottesco, e ho respirato finalmente una nuova libertà creativa, limitata solo dal problema economico. E sono convinto che unito agli altri episodi, saranno tutti in grado di far leggere Poe a 360 gradi con doppio giro della morte!

[M.L.] – Andiamo un po’ indietro, nemmeno tanto, “Bloodline”, cosa ci puoi dire a riguardo?

[E.T.] – Che è stato una grande sfida, non facile e non sempre felice, causa alcune incomprensioni sul set e a grosse difficoltà nel far capire che quando si fa un film non si fanno gli interessi propri, ma si cerca di chiudere la storia al meglio per il bene di tutti. Contentissimo di averlo girato, e gli voglio bene per le sue imperfezioni, per il suo essere un piccolo B movie che credo non annoi, ma neanche ha le pretese di essere un film che vuol rivoluzionare il genere: è un sincero omaggio agli anni ’80 con uno stile però moderno.
Mi dispiace di non aver potuto fare tutto come avevo in testa, ma quando si lavora in low budget bisogna scendere a compromessi non sempre condivisi pienamente. Il risultato è un film comunque “originale”, che si ama o si odia, che diverte o annoia, e non lascia mezze vie: sono felice del riscontro di pubblico e del calore degli appassionati del genere horror, che nonostante avessero riconosciuto certi limiti del film, mi hanno sempre fatto sentire affetto e incoraggiamento a continuare, e a smetterla di fare il modesto quando parlo del film… Ma sono fatto così, mi dispiace che a volte l’arroganza di certe figure fondamentali sia stata più forte del buon senso e del capire cosa fosse meglio per il buon risultato finale, ma in fondo son tutte cose che fan parte del set, e a conti finiti, credo che per il budget a disposizione e le ambizioni forti che erano in sceneggiatura quando mi fu proposta, il film ha il suo perché, e questo è un merito indubbio di tutta la troup, arroganti inclusi.
Speriamo adesso inizi a girare meglio di come è stato promosso fino ad ora, questo grazie all’imminente uscita in sala il prossimo 9 dicembre, a opera di Distribuzione Indipendente, e alle vendite home video internazionali da parte di Owe Boll… farebbe comodo a tutti noi che abbiamo partecipato in coproduzione forza+lavoro, iniziare a vedere qualche euro in più in tasca.

[M.L.] – E’ stato prodotto dalla OpenCinema & Apocalypsys, ha una sua distribuzione?  

[E.T.] – Ops, rispondendo a braccio, a fiume, non ho visto che sopra ti davo la risposta per questa domanda…

[M.L.] – C’è un tuo lavoro che ho apprezzato moltissimo e qui si va indietro di parecchi anni, 2006 “No smoking Company” come nasce la sua storia?

[E.T.] – In quel periodo ero un pochino in crisi, erano due anni che stavo lavorando a una sceneggiatura bellissima di vampiri, a cui era interessata la Peiquod che ne aveva acquistato i diritti: in quell’anno Rosario Rinaldo (il produttore della Peiquod) aveva anche vinto il David come miglior produzione per “Certi Bambini”, quindi avere alle spella una produzione forte era molto “energitetizzante”, si può dire?
Ma in Italia è sempre difficile mettere in piedi un progetto “di genere” quando non esistono ricambi generazionali nei posti di chi deve decidere… quindi, due anni a provar a montare il film senza risultati. Per fortuna nello stesso anno è nata la mia Lumi, una piccola lappone finnica, e mi trovavo proprio a Helsinki quando nella mail mi arriva un messaggio da Dario Formisano, proponendomi la sceneggiatura, scritta da Massimo Lolli, del cortometraggio.
Tornare al lavoro dopo una pausa abbastanza lunga era la cosa più fantastica che potesse essermi proposta, così, congelato Bad Blood (solo assonante con Bloodline, ma assicuro due film totalmente diversi, e prima o poi Bad Blood riesco a farlo) accettai… quindi, la storia nasce dalla penna felice di Lolli, già autore del film “Volevo soltanto dormirle addosso” del quale No Smoking Company è un continuo…
Il bello di NSC è il political scorrect, ma credo sia stato anche il suo punto debole: nonostante siamo riusciti a vincere il Globo d’Oro nel 2007, non ha avuto all’estero i passaggi che ci aspettavamo.
Nota positiva la collaborazione, oltre che con Dario con il quale abbiamo altri progetti ai quali stiamo lavorando (commedie), l’aver conosciuto il bravissimo Enzo Decaro (spalleggiato da un altrettanto bravissimo Song Jo), con il quale abbiamo successivamente provato a montare il budget del film per portare in immagini la terza parte del filone aziendale di Lolli, il libro “Io sono Tua”… ma purtroppo anche su quel fronte siamo momentaneamente fermi… ma non demordo, tutto arriva per chi sa aspettare.
E per rispondere alla tua domanda più concretamente, la storia nasce dall’esperienza diretta di Lolli, e dalla sua grande capacità di essere pungente e sintetico nei suoi scritti: l’avere con me un grande attore, una forte sceneggiatura e una produzione (Eskimo) che punta alla qualità e non all’intasco dei fondi ministeriali (ne ho conosciute di produzioni che invece fanno l’opposto!), è stata la mia fortuna, e appunto sono felice che ciò si veda, e tu me lo dimostri…

[M.L.] – Nei tuoi lavori, e non sono pochi, hai spaziato per diversi generi senza mai focalizzarti in particolare su uno, ma quale tra tutti è quello che senti maggiormente?

[E.T.] – Forse in questo sono condizionato dagli studi del mio primo anno al DAMS di Bologna, quando studiando Les Chaiers du Cinema, leggevo il concetto di “Politique des Auteurs”, in relazione all’opera di Hitchcock: ovvero la capacità di affrontare generi diversi pur lasciando in ciascuno di essi la propria “zampata” (zampata non è proprio il termine usato nei chaiers…).
E’ che prima di tutto io mi considero un regista, in grado di mettere in scena le cose che mi vengono proposte, e in secondo posso anche essere un “autore”, anche se questo termine mi fa venire l’orticaria… quindi, essere in grado di girare qualsiasi storia senza “cannibalizzarla” ma allo stesso tempo rendere riconoscibile una propria firma, è la presuntuosa meta che provo a perseverare.
Nello specifico ovvio che ci sono soggetti e storie che preferisco, e sono quelle grottesche e surrealiste, dove non manca l’azione e l’ironia.
Gli horror mi divertono moltissimo, ma sono molto attratto anche dalla commedia intelligente. Non a caso con Francesco Malcom e Daniele Rutigliano stiamo provando a metterne in piedi una molto interessante sul mondo del porno e il suo declino, la sua crisi…

[M.L.] – Come nascono le tue storie?

[E.T.] – Tanti modi, le fonti dalle quali attingere sono infinite: notizie, sogni, osservando la gente… quello che fa il particolare è forse la capacità poi di mescolare le varie fonti, idee per ottenere una storia frankenstaizzata… un pò come con l’architettura, dove l’unione di più forme porta alla struttura finale…
Mi piace comunque anche lavorare su storie scritte da altri, e appunto aggiungerci del mio: credo che sia molto più complesso e difficile rielaborare e reinventare qualcosa che già esiste, piuttosto che inventare qualcosa di totalmente nuovo

[M.L.] – …E la passione per il tuo lavoro, quando è nata?

[E.T.] – Dopo anni passati con lo skate , al breakdance e soprattutto i viaggi attorno al mondo: infatti da piccolino volevo andare sulla luna con la 500 di ma madre e inventare la macchina del tempo, un piccolo secchione che preferiva leggere i libri piuttosto che scendere in cortile a giocare a calcio. Poi a 13 anni conosco un ragazzino francese Steve, e mi insegna la breakdance appena scoppiata a Parigi: il ballare per strada davanti alla gente ha fatto scoprire il vampiro che era in me, quindi, tolti gli occhiali a tartaruga, eliminato il capello a caschetto e buttato via l’apparecchio, ho iniziato la mia rinascita, passando qualche anno dopo allo skate. E grazie allo skate nel ‘90 vinco il primo campionato italiano di street e un milione di lire, con le quali mi compro parte del biglietto “giro del mondo” che faccio in solitaria per tre mesi: America del Nord, Isola di Pasqua, Polinesia, Nuova Zelanda e Australia… continuo qualche anno dopo per 5 mesi in Messico, e un anno dopo per altri sei mesi Messico, Belize e Guatemala.
E’ in questo momento che mi viene la voglia di trovare un modo per condividere con gli altri queste mie esperienze, anche perché anomale alle più che sentivo raccontare… però ho una voce stonata e non so suonare (haimè) nessuno strumento, scrivere sono un pochino sgrammaticato, col cinema i primi lavori invece avevano avuto un buon riscontro e quindi, approfittando di essere stato congedato dal militare, mi iscrivo al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, ho fortuna, mi prendono, e da allora spero di non fermarmi più… Ecco, se dovessi sintetizzare tutto questo mio sproloquio, la voglia è nata col viaggiare e la voglia di raccontare, di avere cose dentro da dire, di smettere di essere un pupazzo sotto ai fili manovrati da altri

[M.L.] – Cosa pensi del nostro paese che risulta ancora molto ostico nei confronti del cinema indipendente?

[E.T.] – E’ un cane che si mangia la coda: credo che ci siano colpe reciproche, ovvero sia dalla parte di chi produce, ma anche da parte di chi fa film. C’è stato forse un momento dove noi registi siamo diventati troppo “autombelicali” ripiegando su di un cinema che invece richiedeva novità linguistica, e da parte dei produttori alle prime avvisaglie di difficoltà si sono rifugiati nei generi più facili, spinti anche da un crescente potere della televisione. A mano a mano le due parti hanno cominciato ad allontanarsi sempre più, trascinando il pubblico dalla parte delle produzioni facili… e di contro molte produzioni indipendenti hanno iniziato a chiudersi in un ermetismo al quale la gente non era interessata… ma per fortuna i tempi son cambiati, il cinema non è più prerogativa di pochi, le nuove tecnologie danno nuove possibilità, e anche chi fa cinema indipendente non ha più la presunzione di credersi detentore del sapere unico… Sono sicuro che con qualche buon prodotto indipendente si riuscirà a riacquistare fiducia non solo verso i produttori, ma cosa più importante verso il pubblico

[M.L.] – Quanto credi sia giusto che un “artista” debba necessariamente portare le proprie opere altrove, fuori dall’Italia per avere se non altro un po’ di considerazione in più?

[E.T.] – Personalmente mi ero impuntato presuntuosamente sul fatto di restare in Italia per provare a cambiare il sistema… presuntuosamente appunto… col tempo e dopo tante battaglie, sento un germe dentro me che mi spinge a pensarla diversamente… è un peccato perché anche se io non sono un nazionalista (ai mondiali di calcio, quando li seguo, tifo Messico), credo che l’Italia sia ancora un posto interessante dove stare: è un pò come se fosse un onda sulla quale fare surf, con tanti difetti, scogli a vista, ma si lascia ancora la possibilità di fare il tuo freestyle, seguire l’onda come più ti diverte. Il peccato è che molti surfer giocano sporco e ti tagliano la strada… in altri paesi ciò non avviene, ma l’onda, per arrivare in spiaggia, la puoi surfare solo andando dritto… sai che noia!

[M.L.] – Qual’è il tuo tasso di gradimento del nostro cinema attuale?

[E.T.] – Ci sono autori che mi piacciono tanto, ci sono dei bravissimi registi, e il bello del cinema comunque è che è a 360 gradi, è giusto che ci sia di tutto, anche i cinepanettoni (e confesso che Christian De Sica  a me piace…).
Il problema è la distribuzione, le stampa e i “cartelli” che pubblicizzano solo una fetta di questo ampio orologio di film, e di conseguenza le piccole produzioni indipendenti, ora che con il digitale potrebbero riprendersi il loro posto in prima fila, restano ai margini, underground.
Più che altro sono arrabbiato con un sistema di finanziamento pubblico che premia  solo storie scritte bene sulla carta, senza magari dare ampia considerazione al regista che deve dirigere tali storie, metterle in scena: è vero che è più facile fare un buon film con una buona sceneggiatura ma una cattiva regia che l’opposto, ma la capacità di mettere in immagini le parole è prerogativa del cinema, e a questa capacità bisognerebbe dare valore.
Dall’altra parte sono adirato con un sistema produttivo che attinge dallo stato come una vacca, e che senza i finanziamenti pubblici non è in grado di muoversi se non con film sgrammaticati e senza spessore, ma qui stiamo entrando in discussioni che richiederebbero ore e ore di scrittura… credo il senso di averlo fatto capire…

[M.L.] – Progetti coi quali ci allieterai in futuro?

[E.T.] – Spero delle belle commedie nere, dei bei film di paura, conditi sempre con tanta ironia, capaci di parlare sotto le righe e far capire che ci sono alternative a ciò che dall’alto ci viene detto!

[M.L.] – Io ti ringrazio molto per la disponibilità e per il tempo che ci hai dedicato….Vuoi aggiungere qualcosa?

[E.T.] – Non bisogna mai mollare. Ho sempre in mente la fiaba dei tre porcellini: magari adesso, mentre ancora si sta costruendo la nostra casa di mattoni, e che ciò sta richiedendo tempo, gli altri due porcellini se la stanno godendo, ma prima o poi arriva il lupo, e solo le case di qualità fatte con i mattoni restano in piedi. Grazie mille a te della possibilità, spero non aver esagerato, come vedi abbiamo invertito i ruoli, sono io che ho approfittato delle tue domande.
Grazie tantissime e merda merda merda per l’ottimo sito!

[M.L.] Grazie Edo, contenta che ti piaccia e…merda merda merda, per il sito e anche per i tuoi lavori futuri!!

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