RECENSIONE “LIVER”

Liver è un corto di circa 17 min diretto da Federico Greco e scritto, prodotto ed interpretato da Ottaviano Blitch. Sarò onesta, non sempre mi capita di scrivere qualcosa, positivo o negativo che sia, con una sensazione quasi di beatitudine e goduria insieme, ecco, in questo caso lo sto per fare! Grazie a Federico Greco ho potuto vedere e ammirare un lavoro strepitoso, a mio parere, quindi soggettivamente parlando, perfetto in ogni sua sfumatura. Generalmente cerco il più possibile di essere obiettiva e mi scuso per tempo se in questo frangente non mi renderò conto di non esserlo, qualora succederà. Quando ho finito di vedere questo Liver il mio entusiasmo era pari a quello di una bambina di fronte ad un luna park o al suo pupazzo preferito, adorato e amato e ancor più forte la rabbia e il disappunto per qualcosa deve essere fatto perché ci sono lavori, nonché gli stessi creatori che meritano decisamente più considerazione. Sono lavori come questi che dovrebbero far riflettere sul tanto sottovalutato cinema indipendente di casa nostra!
Preamboli a parte mi addentrerei in questa fluida quanto morbosa storia..
Liver racconta fatti di cronaca realmente accaduti anche se la storia nasce e si sviluppa da un’idea di Ottaviano Blitch, che si ritrova ad interpretare questa creatura disturbata in maniera impeccabile.
Harry Brompton ha 15 anni quando uccide violentemente con una mazza da golf una giovane coppia di Bristol, Inghilterra e ne mangia il fegato, da qui il soprannome – Liver -. Viene arrestato e condannato all’ergastolo, ma dopo 18 anni esce per buona condotta e il suo primo pensiero, forse l’unico in questo disegno di vendetta è quello di andare da Rachel, figlia del procuratore che lo condannò ed è qui che prende vita questa storia brevemente ed intensamente raccontata.
E’ la soave voce di Dalida che apre in maniera notevole il deviato spettacolo a cui si andrà incontro, e la sua voce sembra averti già mostrato tutto, sembra accompagnarti nell’epilogo di una storia mai raccontata, fino a quando bruscamente la sua voce viene interrotta e chiaramente se ne percepisce un’altra, sempre più chiara, quella di Liver che si presenterà in tenuta non proprio usuale ma abilmente indossata. Un’interpretazione, quella di Ottaviano Blitch estremamente ben allineata con un personaggio deviato e morboso risultando credibile anche nel più piccolo ed insignificante gesto, mantenendo fino alla fine una personalità eccentrica e nell’insieme disturbata. Non solo ottimo a livello recitativo e quindi per le nostre orecchie, ma anche dal punto di vista espressivo risulta pienamente a suo agio in un contesto di violenza e declino che ci allieterà fino all’ultimo dettaglio di una follia inaspettata e delirante che lo porterà a scontrarsi con una morte lusingata e sorniona e con   un signore perbene seduto in poltrona che intona un canto sulle note di “Signal to noise” di Peter Gabriel, entrambi i personaggi creati da questo delirio sono interpretati dallo stesso Blitch. Le musiche sono anch’esse un punto forte di questo prodotto, ben salde a attente a quello che succede aderendo perfettamente e non solo sul corpo di Liver. Ottima la fotografia, le inquadrature e il contesto in cui tutto avviene, ottima anche, nel limite della situazione, l’interpretazione della  povera vittima interpretata da Natasha Czertok. In 17 min Liver ci regala svariate emozioni e il piacere di riascoltare alcuni dei dialoghi più significativi di un cinema che in molti amiamo, da Stanley Kubrick – amato dal regista stesso – a Quentin Tarantino e anche dal Guy Ritchie di The Snatch. Dialoghi appositamente voluti e presi da grandi scene di grandi film senza risultare eccessivi e cosa più importante, senza togliere personalità ad un film che ne ha da vendere. Un breve viaggio nella classica mente malata e nel classico squallore della violenza che ne deriva con però un forte lato personale. Liver è in tutto e per tutto un lavoro eccellente che dimostra – per l’ennesima volta – la grande abilità del suo creatore che lo ha diretto con una mano senza dubbio consapevole e professionale. E’ proprio per tutti questi ingredienti che rimango sempre e più convinta che il cinema italiano non è morto…sta solo soffrendo parecchio…

[ Marinella L.]

 

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