INTERVISTA A FEDERICO GRECO

 [Di Marinella Landi]

Non Solo G0r3 ha intervistato per voi Federico Greco, regista de Il mistero di Lovecraft – Road to L, H.P. Lovecraft – ipotesi di un viaggio in Italia, Liver e il possimo Quilty, nonché di molti altri lavori tra cui il documentario dedicato al grande regista Stanley Kubrick “The Stanley and us” , ideato, prodotto e diretto insieme ai colleghi Mauro Di Flaviano e Stefano Landini.

[ M.L.] – Ciao Federico, partiamo dagli inizi, com’è cominciata la tua carriera di regista?

[ F.G.] - Non ho mai pensato di voler fare altro. Così fin da quando avevo diciotto anni mi sono fatto le ossa come assistente alla regia per alcune fiction (le prime che venivano prodotte in Italia) e come operatore e montatore per lavoretti televisivi mal pagati. Dopo qualche anno di gavetta, errori, vicoli ciechi e qualche rara soddisfazione, ho incontrato Stefano Landini e Mauro Di Flaviano, con i quali abbiamo deciso che era arrivato il momento di osare l’inosabile. Anche se non ci conoscevamo, ci ha unito il fatto che tutti e tre avevamo in mente da tempo di incontrare Stanley Kubrick e un documentario su di lui era l’unico pretesto per provarci. Così, in tre anni piuttosto avventurosi, riuscimmo a realizzare e a vendere “Stanley and Us” alla RAI. Il film ha girato il mondo e ha avuto parecchia notorietà in Italia. Ciò mi ha permesso di continuare a proporre progetti alla televisione e di continuare a scrivere e dirigere documentari sul cinema e non solo. Qualche cortometraggio e altre collaborazioni varie mi hanno permesso poi di farmi le ossa nel linguaggio della narrazione.

[ M.L.] – Hai all’attivo parecchi lavori, (non solo come regista appunto) ma il tuo esordio cinematografico lo hai avuto con “Il mistero di Lovecraft – Road to L.” preceduto dal documentario “H.P. Lovecraft – ipotesi di un viaggio in Italia”, come mai la scelta di questo documentario e successivamente del film?

[ F.G.] – Anche in questo caso tutto nasce dall’incontro con un amico, Roberto Leggio, con il quale ho scoperto di condividere un’altra passione, Lovecraft. Ci siamo messi a leggere, studiare e scrivere per due anni, tutte le notti dopo il lavoro, finché – dopo un anno di rifiuti – Pier Giorgio Bellocchio della Digital Desk – lesse il nostro progetto e accettò di metterlo in pre-produzione. Il digitale era arrivato ma all’epoca era abbastanza inusuale che ci si “autoproducesse” a budget zero come invece si fa oggi sempre più spesso. In più io non avevo un altro lavoro che mi consentisse di campare e quindi ero costretto a trovare soldi veri. Ero stimolato dalla sfida di portare Lovecraft sullo schermo in modo totalmente diverso da qualunque altro film tratto o ispirato dai suoi racconti. Lovecraft attraverso il genere fantastico-horror esplora gli abissi della mente umana, i suoi mostri non sono altro che metafore. Per questo ci sembrò inevitabile usare il linguaggio del mockumentary invece che dell’horror puro con effetti speciali e sangue. “Il mistero di Lovecraft – Road to L.” infatti è la messa in scena di un possibile backstage del documentario che l’ha preceduto, “Ipotesi di un viaggio in Italia” (comprato da Studio Universal e presentato in diversi festival tra cui Venezia). La scelta del linguaggio derivò anche da due riflessioni. Qualunque creazione artistica non parte dalla conoscenza dell’argomento ma dalla volontà di esplorarlo; definire è limitare. Il mockumentary, con il suo linguaggio ambiguo sempre in bilico tra realtà e finzione, è perfetto per costruire una narrazione esplorativa e non definitiva. Il finale del film ne è un esempio perfetto. E se è vero che la creazione artistica nasce anche dalla sofferenza (condizione di squilibrio in cui si cerca disperatamente sollievo nel comunicarla) piuttosto che da un momento di felicità ed equilibrio (quando cioè il sentirsi appagati non offre stimoli), “Il mistero di Lovecraft” arriva in un momento professionale e personale molto complesso, non felice. Durante la lavorazione e la post produzione ho messo in discussione più volte il mio lavoro e la mia passione per il cinema, e questo per me è un dramma. Borghese magari, ma è un dramma. E forse ciò ha trasmesso la giusta “oscurità” al film, che – in parte, attraverso David – racconta proprio questa difficoltà.

 [ M.L.] – Cosa ti ha spinto a voler creare il film in inglese?

[ F.G.] – La sintesi di motivi commerciali e narrativi. Per raccontare il tipico personaggio lovecraftiano, costantemente in bilico tra ragione e follia, mi è servito molto immaginare che il protagonista “esploratore” fosse uno straniero. E ho pensato che non ci fosse nessuno di più distante dalla cultura italiana del Polesine di un americano. David infatti è confuso non solo perché si trova di fronte a una cultura che non conosce, nei confronti della quale si ritiene superiore, ma anche perché non la comprende per un mero fatto linguistico. Essendo lui il punto di vista privilegiato del film, ciò mi ha concesso di raccontare quella storia mettendo il pubblico nella sua stessa condizione di disagio e stupore. Una certa Italia di oggi, oscura e misteriosa, vista attraverso occhi nuovi e prevenuti. E’ inevitabile quindi che quella cultura prima o poi decida di vendicarsi. La contraddizione commerciale evidente è che un film parlato in tre lingue (italiano, inglese e veneto stretto) inevitabilmente soffre il doppiaggio. E infatti la versione doppiata spagnola uscita con la Paramount non rende giustizia al film. In più in Italia siamo abituati a vedere i film doppiati in italiano, cosa contro la quale ho combattuto e – dal mio punto di vista – ho vinto.

[ M.L.] – La scelta delle locations, per altro molto suggestive ed inquietanti, da cosa è stata determinata?

[ F.G.] – Da una lunga settimana di sopralluoghi e dal fatto che Roberto conosceva molto bene quella zona. Inoltre, dallo studio dell’opera lovecraftiana emergevano evidenti le grandi similitudini tra i luoghi descritti da Lovecraft e il Delta. E, infine, dalle suggestioni del cinema del primo Pupi Avati.

[ M.L.] – Sempre per quanto riguarda questi due apprezzabili lavori, finzione e realtà si fondono decisamente bene, cosa c’è di vero e cosa non lo è?

[ F.G.] – Ci credi che non l’ho ancora compreso bene neppure io? All’uscita del documentario fummo attaccati da diversi “filologi” lovecraftiani perché era ritenuto impossibile che l’autore americano avesse potuto fare quel viaggio. Ma in seguito, quando molti hanno finalmente capito che il manoscritto era un pretesto cinematografico e che la stretta verosimiglianza non era il nostro obiettivo, abbiamo avuto soddisfazioni che non dimenticherò mai.

[ M.L] – Passiamo ora a “Liver”, lavoro che mi ha fatta impazzire per quanto ben fatto, specie se si pensa che è un no budget. Scritto e prodotto da Ottaviano Blitch che ne tira fuori un’interpretazione straordinaria, perché proprio Harry Brompton e com’è nata questa fusione di idee e collaborazione? 

[ F.G.] – “Liver” è un lavoro completamente diverso perché è pura fiction, e per questo più facile da realizzare rispetto a “Road to L.” dove si trattava di sperimentare un linguaggio abbastanza innovativo e rischioso per quegli anni (a parte qualche eccezione del passato tra cui “Cannibal Holocaust”, “The Blair Witch Project” e “Il cameraman e l’assassino”). Oggi (dopo “REC”, “Cloverfield”, “Paranormal Activity”) il termine “mockumentary” viene usato anche dai quotidianisti che di solito sono gli ultimi ad accorgersi del nuovo. Avevo conosciuto Ottaviano sul set di un cortometraggio pochi mesi prima, “Il capomastro”. Più tardi mi offrì la regia di una sua sceneggiatura. Era abbastanza nelle mie corde e ho accettato. Il corto è stato realizzato in poche ore e con una troupe ridottissima (ma di straordinari professionisti), ed è un esempio di come, se si hanno due attori come Ottaviano e Natasha Czertok, si possa realizzare un prodotto di alto livello anche senza mezzi. Ho la sensazione che sia anche questo che manca al cinema italiano di genere, l’attenzione nei confronti della recitazione. Harry Brompton è un personaggio interessante perché – anche in questo caso – si trova in bilico sul baratro della propria follia omicida. Forse sul punto di morte ha un rigurgito di coscienza. Forse sta solo pregando egoisticamente di non finire all’inferno. Forse è nel pieno dell’ennesimo delirio di onnipotenza, l’ultimo, il più spettacolare. Quello che è certo è che è stata la sua eccessiva crudeltà a perderlo.

  M.L. ] – Liver è stato presentato in vari Festival vincendo parecchi premi, ma purtroppo non ha una distribuzione, è stata una scelta voluta o dovuta? 

[ F.G.] – Imposta. Dal fatto che non esiste un vero mercato per i cortometraggi, e che non abbiamo ancora ottenuto le liberatorie di un brano musicale.

[ M.L.] – Il tuo ultimo lavoro, insieme a cinque allievi del Cineteatro di Roma è Quilty, ora in post produzione, quando lo potremo vedere e soprattutto, avrà una distribuzione?

[ F.G.] – Angelo Vitaliano sta realizzando la colonna sonora e a breve inizierà il mix presso la Digital Room. Credo che sarà pronto all’inizio del 2012. E’ un progetto, anche questo, del tutto indipendente, scritto e diretto da cinque miei allievi del CineTeatro di Roma e supervisionato da me (creativamente e produttivamente). Puoi immaginare quanto sia complicato raggiungere il compromesso migliore senza che ciò implichi un abbassamento della qualità e un’incoerenza stilistica ed emozionale soprattutto nei personaggi. Alla distribuzione stiamo pensando proprio in questo periodo, ancora non abbiamo elementi certi. Si tratta di una storia sorprendente, che ruota quasi tutta sugli attori in un’unica, misteriosa location nell’attesa di un fantomatico personaggio circondato da un alone di leggenda.

[ M.L.] – Più volte ci sono stati dei piccoli sentori di speranza per il nostro cinema italiano, ma alla fine, tutto è sempre ricaduto nel silenzio, cosa pensi dell’indifferenza che ruota intorno al cinema indipendente in Italia e delle difficoltà con cui dovete fare costantemente i conti? 

[F.G.] - La diffidenza (più che indifferenza) è dovuta a due fattori di opposto segno. Da una parte in Italia non c’è uno spazio reale (commerciale e culturale) per progetti diversi dalle solite tematiche filotelevisive che l’anomalia politica ha determinato negli ultimi 20 anni. Ma se è vero che il mercato censura il “diverso” (cinema di genere, fantastico, horror, sperimentale…), i nostri prodotti a basso budget spesso non sono in grado di competere con quelli internazionali equivalenti. In parte perché – paradossalmente – si autocensurano; in parte perché non hanno né buone sceneggiature né buoni attori. Purtroppo i rari casi di film di genere italiano con un budget non basso hanno avuto esiti deludenti al box office. E in un paese come il nostro dove questo dato, purtroppo, è l’unico che conta (e non esiste nessun tipo di visione lunga e complessa della cultura e del cinema da parte delle istituzioni e dei produttori privati), è molto più conveniente produrre e distribuire commedie insulse.

[ M.L.] – Cosa consiglieresti ai nostri giovani registi che intraprendono questo duro cammino?

[ F.G.] - Di concentrarsi sulle storie e sui personaggi, non solo sui bei movimenti di macchina e i plug-in di After Effects. Di non preoccuparsi di essere originali a tutti i costi: non conta se una storia è già stata raccontata (quale non lo è?), ma come la si racconta. E di lasciarsi alle spalle i propri miti cinematografici. Citazionismo e voglia di dimostrare che si è capaci di rifare Tarantino o Bava non portano da nessuna parte. A meno che, ovviamente, ciò non faccia parte dell’argomento del proprio film (magari con una buona dose di sana ironia). E un’altra cosa: fare tutto da soli, all’inizio, è sacrosanto e sano (e spesso inevitabile). Ma è importante essere consapevoli che un film è un gioco di squadra e che un regista sul set non può permettersi di essere solo un creativo ma è immerso in una rete di complesse relazioni umane, professionali ed economiche che deve saper gestire. Soprattutto con gli attori.

[ M.L. ] – Hai nuovi progetti di regia con i quali allietarci per il futuro?

[ F.G. ] – Sto per realizzare una horror-comedy, “Nuit Americhén”. Il set è tra poche settimane. Ancora non posso dire nulla di più preciso. E sono in attesa che accada il miracolo che è accaduto con “Road to L.”: che un produttore legga e produca almeno uno dei diversi progetti di lungometraggio e fiction seriale che ho scritto in questi anni. Sono riuscito a esordire nel lungometraggio nel 2004 perché ho capito che in Italia l’opera prima di un emergente doveva costare poco senza che ciò si trasformasse in un limite tecnico e linguistico. Ecco un altro motivo per cui scegliemmo il mockumentary. E’ una lezione che ho imparato e che continuo a seguire, a meno che non cambi lo scenario. Il basso budget deve essere integrato nel progetto da tutti i punti di vista. Non ha senso scrivere un’epopea western alla Sergio Leone sapendo che se va bene ti daranno 100.000€ per realizzarla. E’ anche così che si sbagliano i film.

Ringrazio fortemente Federico per la sua disponibilità e non solo per l’intervista. Un grosso in bocca al lupo! 

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